Mentre molti popoli, dominati da potenti senza scrupoli, soffrono la fame, la sete e i soprusi e vedono negato ogni diritto, nella mente di altri, ben nutriti di alimenti e di diritti, si sta instaurando un disordine mentale preoccupante. È un disordine alimentato dalla prepotenza di chi usa lo strumento dell’odio per ottenere visibilità, con il fine di acquisire potere.
Fin dalla notte dei tempi questa tecnica è stata adottata da chi, non avendo la capacità di conquistare un consenso dignitoso attraverso il confronto democratico, ha utilizzato l’odio per accaparrarsi i consensi necessari a raggiungere il potere.
Questo succede soprattutto in politica, dove le conseguenze possono essere particolarmente dannose: si adotta la tecnica di mettere paura, creando un nemico da abbattere, spesso immaginario o disarmato. E poi si promette di poterlo combattere, se vengono concessi pieni poteri attraverso il voto.
Purtroppo chi semina odio non è l’unico responsabile del disordine che contribuisce a creare. Perché l’odio, da solo, non basta: ha bisogno di una voce che lo amplifichi, di qualcuno che gli dia spazio, di un pubblico disposto ad ascoltarlo e, spesso, di qualcuno che lo trasformi in spettacolo. È qui che entra in gioco la nostra responsabilità. Ma chi sono questi altri responsabili? E come possiamo spegnere l’incendio che brucia i sani principi?
Tutti i prepotenti, «buoni» e cattivi, si nutrono dei propri istinti e traggono energia da essi. Tra questi, i più dannosi, senza dubbio, sono i seminatori d’odio, perché avvelenano ogni dialogo. Ma esiste un modo per contrastarli: ciò che patiscono è la mancanza di notorietà. Il silenzio li fa soffrire e lentamente scioglie la loro tronfiaggine come il sale scioglie le lumache. Il silenzio, per i seminatori d’odio, è come la luce per Dracula: li annienta.
Bisogna adottare questo metodo, perché penso sia efficace quanto l’acqua di un idrante dei pompieri.
Di chi è la colpa se nella mente dei popoli si sta instaurando questo disordine mentale? Credo non si debba parlare di colpa, ma di responsabilità. E non riguarda soltanto chi semina odio: riguarda anche chi gli offre un palcoscenico, chi lo amplifica e, infine, chi lo alimenta con la propria attenzione. È anche nostra.
È responsabilità dei giornalisti e degli inviati che, per riempire un servizio, mettono loro in mano un microfono.
È responsabilità dei direttori e degli autori televisivi che li invitano perché sanno che l’insulto fa audience.
È responsabilità dei politici che li usano per prendere voti.
È responsabilità degli influencer che li rilanciano per racimolare like.
È responsabilità delle piattaforme digitali che li premiano perché hanno scoperto che l’odio fa stare sulle loro pagine più a lungo delle sane idee.
Ed è responsabilità di tutti noi che condividiamo per indignarci, convinti di denunciarli con un «mi piace», mentre gli stiamo regalando proprio ciò che cercano: pubblico.
Un incendio non si spegne soffiandoci sopra. Si spegne soffocandolo con una coperta, togliendogli ossigeno.
Il nostro silenzio è la coperta. Il nostro clic è il vento.

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