C’è qualcosa di solenne in quel gesto. Per pochi minuti ciascuno di noi siede idealmente su uno scranno del Parlamento e partecipa alla costruzione del futuro. È un potere minuscolo, ma reale.
Per spiegare fino in fondo questa emozione dovrei tornare indietro. Dovrei raccontare di mio nonno, ucciso dal regime di Benito Mussolini. Dovrei ricordare mio padre, maltrattato anche dopo la nascita della Repubblica Italiana da uomini che cambiarono linguaggio senza cambiare mentalità. Dovrei raccontare anche della mia adolescenza, difficile perché segnata dai diritti fondamentali negati alla mia famiglia da parte di chi gestiva le istituzioni.
Per queste ragioni potrei essere deluso. Potrei dire che la politica non mi riguarda più. Invece accade il contrario. Sono proprio queste ferite a spingermi verso la cabina elettorale con convinzione. Votare, per me, non è un’abitudine ma un atto di responsabilità.
Ho provato a comprendere i sentimenti di chi si astiene ed ho immaginato di disertare il seggio. Ho sentito addosso una tristezza cupa, come una fuga dalle mie responsabilità.
Da quell’esercizio è rimasta una semplice certezza: votare è un dovere civile, prima ancora che un diritto. Infatti proprio la politica, attraverso la scelta dei cittadini, ha liberato l’Italia dalla dittatura e ha ispirato i costruttori di pace.
C’è un'altra ragione: un tempo si parlava di futuro con meno rancore, si dialogava persino di disarmo condiviso. Anche nei dissensi più accesi restava un margine di rispetto per l’interlocutore, perfino per chi proveniva da tradizioni ideologiche autoritarie. Oggi i dialoghi somigliano a scontri e i progetti per il futuro spesso sono volti a restringere le libertà, mentre la parola pace è stata sostituita dalla corsa al riarmo.
Cosa può fare il cittadino?
Credo che una parte di questa deriva autoritaria sia anche causa dell’abbandono delle urne. Andare a votare è fondamentale, persino quando sembra inutile, persino quando nessuna proposta ci rappresenta pienamente. Disertare non è protesta, non è distanza, non è superiorità morale: è rinuncia. È lasciare che altri decidano il nostro presente e il nostro domani.
Il voto non risolve tutto, ma la sua assenza peggiora sempre le cose. La politica , con la collaborazione del voto dei cittadini, ha scritto pagine alte, come la democrazia e quella stagione di pace che dura dal 1946.
Auguro a ciascuno di noi il coraggio della scelta e la forza di non cedere all’indifferenza. Il futuro, qualunque volto abbia, sarà il nostro. E se non vogliamo occuparci del nostro domani, occupiamoci almeno di quello dei nostri figli e di coloro che verranno dopo di noi.
Sicuramente, andare alle urne, qualunque sia la nostra scelta, significa dire ai politici:


