In molte parti del mondo, uomini soli al comando di Paesi potenti decidono le sorti di altre nazioni. Di fronte a questo scenario, nel nostro Paese sorge una domanda inevitabile: perché correre lo stesso rischio? La Costituzione prevede un sistema di pesi e contrappesi proprio per impedirlo. Quale pericolo si apre quando una riforma arriva a modificare sette articoli? Scalfire gli equilibri che i costituenti avevano pensato come pilastri di protezione reciproca tra i poteri dello Stato è un progetto o una distrazione?
La Carta costituzionale non nasce per rallentare l’azione politica, ma per impedire che il potere si accumuli nelle mani di pochi. Modificarne gli equilibri, soprattutto intervenendo su più articoli contemporaneamente, significa toccare un meccanismo delicato, costruito per garantire libertà e responsabilità condivisa. Quando si interviene su sette articoli, il rischio è che il cambiamento incida su tutta l’architettura che può perdere stabilità. Il pericolo è quello di sottrarre al Parlamento decisioni cruciali, spostandole verso forme di governo sempre più accentrate.
Il Parlamento è il luogo naturale del confronto e della mediazione. Le democrazie non funzionano per scorciatoie. Vivono di tempi lunghi, di discussioni faticose, di compromessi spesso imperfetti. Ma è proprio in questa lentezza che risiede la loro forza. Ridurne il ruolo, comprimere il dibattito, governare per decreti, come da tempo si sta facendo, significa impoverire la democrazia e renderla più fragile. Mi rammarica, ed è motivo di preoccupazione, pensare che a tentare di modificare e indebolire i pilastri della democrazia siano proprio le istituzioni che dovrebbero proteggerla.
La storia lo ha dimostrato con una chiarezza brutale. Ogni volta che il potere si è concentrato nella volontà di pochi, il risultato è stato lo stesso: autoritarismo, repressione, perdita della libertà. Non si tratta di un rischio teorico, ma di un fatto già accaduto, più volte, sotto forme diverse. Ad alcuni popoli sta accadendo nel presente.
La lentezza del dibattito parlamentare, spesso vista come un ostacolo, è in realtà il prezzo da pagare per preservare la democrazia. La rapidità decisionale può essere allettante, così come l’idea dell’uomo forte che promette soluzioni immediate. Tuttavia, questa rapidità ha sempre un prezzo: il rischio di perdere alcune libertà gradualmente.
La domanda è semplice: vogliamo una democrazia più veloce ma fragile, oppure una democrazia più complessa ma solida, nella quale nessuno possa diventare il padrone delle istituzioni? La lentezza del Parlamento non è una zavorra. È una garanzia. Perché la storia lo insegna senza eccezioni: quando il potere si concentra in poche mani, la democrazia prima si indebolisce e poi muore.
”Se vo' vidiri u luciu stutatu, scippa di sutta e metti di ‘ncapu”.
Se vuoi vedere il fuoco spento, togli da sotto e metti di sopra.


