Per tutto ciò che non funziona nella nostra società dovremmo fermarci un istante e domandarci: cosa abbiamo seminato fino a ieri? Semi fertili, capaci di dare frutti buoni, o elementi avvelenati che, cadendo nel terreno delle menti, hanno finito per intossicare il pensiero di chi li ha letti o ascoltati?
La scrittura, come ogni forma di parola, è un atto di semina. Ogni frase che lasciamo su una pagina, ogni concetto che lanciamo nello spazio pubblico, porta con sé una responsabilità: quella di mettere radici in chi ascolta. E quando i semi sono malati, anche la pianta che nascerà sarà malata.
Quale ruolo abbiamo, noi che scriviamo, nel raccontare fatti, idee, utopie? Quanta responsabilità pesa sulle nostre mani quando descriviamo il mondo, o quando osiamo immaginarne uno nuovo? Scriviamo per rappresentare la realtà così com’è, con tutte le sue ombre, oppure per provare a immaginarla migliore di come l’abbiamo trovata? E ancora: scriviamo per costruire o per demolire ciò che altri hanno costruito con fatica e dedizione?
Talvolta ci illudiamo di essere portatori di semi nuovi, sani, rigogliosi. Scriviamo come se avessimo in tasca la chiave di un futuro più giusto, più armonioso. Altre volte, invece, inseguiamo la gloria, credendo che la scrittura sia una scorciatoia verso il successo. Ma chi scrive solo per la gloria, quasi sempre, non scrive ciò che pensa davvero: scrive ciò che le masse vogliono sentire, frasi che rassicurano, non parole che scuotono o destano. Così si diventa mercanti di consensi, non seminatori di sano futuro.
Abbiamo per molto tempo puntato il dito contro chi inquinava la terra con pesticidi e veleni, contro chi adulterava cibi e bevande per avidità. Abbiamo marciato, firmato petizioni, gridato la nostra protesta contro governi e amministratori compiacenti. Ma quante volte abbiamo alzato la voce contro gli avvelenatori del pensiero? Quante volte abbiamo riconosciuto che esistono diserbanti invisibili che colpiscono le coscienze e pesticidi linguistici che inquinano i sogni?
Se davvero vogliamo che la scrittura serva a rappresentare la realtà e magari a migliorarla, dobbiamo liberarci dall’illusione della fortuna. La fortuna è bendata, si dice, non distribuisce carezze ma colpi improvvisi. Non possiamo affidarle il compito di dare senso alle nostre parole.
Scrivere è seminare. Lasciare semi nella terra del domani. Alcuni germoglieranno subito, altri resteranno nascosti per anni prima di fiorire, altri ancora non nasceranno mai. Ma a noi non è concesso seminare veleno. A noi piuttosto spetta l’impegno di consegnare semi fertili, parole che nutrano, non che distruggano. Perché ogni pagina scritta plasma il domani e il domani non è mai solo nostro: appartiene anche, e soprattutto, a chi verrà dopo di noi.
PENSIERI... per trasformare materia in spirito
“Chi sogna soltanto di notte fa sogni effimeri e fugaci. Chi sa sognare anche da sveglio, a qualsiasi età, trasforma il sogno nel suo destino."
venerdì 3 luglio 2026
SCRIVERE È SEMINARE
lunedì 1 giugno 2026
DAI MONTI ALLA REPUBBLICA
"Vos et ipsam sacrificium benedicimus" |
Ottanta! Voglia di dirvi grazie!
In molti hanno combattuto perché la libertà avesse una casa. Quella casa è la Repubblica.
Ma cos'è la Repubblica?
È smettere di obbedire e imparare a scegliere. A questo è servito quel sacrificio: un patto in cui la dignità di ognuno vale più della forza di qualcuno.
venerdì 24 aprile 2026
25 APRILE 2026
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| TORINO, via Filadelfia |
Penso che ogni bandiera tricolore che sventola dai balconi delle nostre case sia un segno di riconoscenza verso quei giovani che hanno lottato per la libertà di tutti.
Se potessero dirci qualcosa, forse direbbero:
“Cittadino che oggi vivi libero, che puoi permetterti anche il superfluo, puoi davvero rinunciare a un piccolo gesto per dimostrare che non ti sei dimenticato di noi? Abbiamo sacrificato la nostra giovinezza, e alcuni anche la vita, perché tu potessi vivere in libertà.”
Credo che ricordarli, anche attraverso una bandiera che sventola nella tua casa, non sia solo un dovere: è un atto di rispetto e un modo per innaffiare il fiore della libertà.
lunedì 23 marzo 2026
domenica 1 marzo 2026
È UNA GIORNATA SPECIALE
C’è qualcosa di solenne in quel gesto. Per pochi minuti ciascuno di noi siede idealmente su uno scranno del Parlamento e partecipa alla costruzione del futuro. È un potere minuscolo, ma reale.
Per spiegare fino in fondo questa emozione dovrei tornare indietro. Dovrei raccontare di mio nonno, ucciso dal regime di Benito Mussolini. Dovrei ricordare mio padre, maltrattato anche dopo la nascita della Repubblica Italiana da uomini che cambiarono linguaggio senza cambiare mentalità. Dovrei raccontare anche della mia adolescenza, difficile perché segnata dai diritti fondamentali negati alla mia famiglia da parte di chi gestiva le istituzioni.
Per queste ragioni potrei essere deluso. Potrei dire che la politica non mi riguarda più. Invece accade il contrario. Sono proprio queste ferite a spingermi verso la cabina elettorale con convinzione. Votare, per me, non è un’abitudine ma un atto di responsabilità.
Ho provato a comprendere i sentimenti di chi si astiene ed ho immaginato di disertare il seggio. Ho sentito addosso una tristezza cupa, come una fuga dalle mie responsabilità.
Da quell’esercizio è rimasta una semplice certezza: votare è un dovere civile, prima ancora che un diritto. Infatti proprio la politica, attraverso la scelta dei cittadini, ha liberato l’Italia dalla dittatura e ha ispirato i costruttori di pace.
C’è un'altra ragione: un tempo si parlava di futuro con meno rancore, si dialogava persino di disarmo condiviso. Anche nei dissensi più accesi restava un margine di rispetto per l’interlocutore, perfino per chi proveniva da tradizioni ideologiche autoritarie. Oggi i dialoghi somigliano a scontri e i progetti per il futuro spesso sono volti a restringere le libertà, mentre la parola pace è stata sostituita dalla corsa al riarmo.
Cosa può fare il cittadino?
Credo che una parte di questa deriva autoritaria sia anche causa dell’abbandono delle urne. Andare a votare è fondamentale, persino quando sembra inutile, persino quando nessuna proposta ci rappresenta pienamente. Disertare non è protesta, non è distanza, non è superiorità morale: è rinuncia. È lasciare che altri decidano il nostro presente e il nostro domani.
Il voto non risolve tutto, ma la sua assenza peggiora sempre le cose. La politica , con la collaborazione del voto dei cittadini, ha scritto pagine alte, come la democrazia e quella stagione di pace che dura dal 1946.
Auguro a ciascuno di noi il coraggio della scelta e la forza di non cedere all’indifferenza. Il futuro, qualunque volto abbia, sarà il nostro. E se non vogliamo occuparci del nostro domani, occupiamoci almeno di quello dei nostri figli e di coloro che verranno dopo di noi.
Sicuramente, andare alle urne, qualunque sia la nostra scelta, significa dire ai politici:
martedì 10 febbraio 2026
I PILASTRI DELLA DEMOCRAZIA
In molte parti del mondo, uomini soli al comando di Paesi potenti decidono le sorti di altre nazioni. Di fronte a questo scenario, nel nostro Paese sorge una domanda inevitabile: perché correre lo stesso rischio? La Costituzione prevede un sistema di pesi e contrappesi proprio per impedirlo. Quale pericolo si apre quando una riforma arriva a modificare sette articoli? Scalfire gli equilibri che i costituenti avevano pensato come pilastri di protezione reciproca tra i poteri dello Stato è un progetto o una distrazione?
La Carta costituzionale non nasce per rallentare l’azione politica, ma per impedire che il potere si accumuli nelle mani di pochi. Modificarne gli equilibri, soprattutto intervenendo su più articoli contemporaneamente, significa toccare un meccanismo delicato, costruito per garantire libertà e responsabilità condivisa. Quando si interviene su sette articoli, il rischio è che il cambiamento incida su tutta l’architettura che può perdere stabilità. Il pericolo è quello di sottrarre al Parlamento decisioni cruciali, spostandole verso forme di governo sempre più accentrate.
Il Parlamento è il luogo naturale del confronto e della mediazione. Le democrazie non funzionano per scorciatoie. Vivono di tempi lunghi, di discussioni faticose, di compromessi spesso imperfetti. Ma è proprio in questa lentezza che risiede la loro forza. Ridurne il ruolo, comprimere il dibattito, governare per decreti, come da tempo si sta facendo, significa impoverire la democrazia e renderla più fragile. Mi rammarica, ed è motivo di preoccupazione, pensare che a tentare di modificare e indebolire i pilastri della democrazia siano proprio le istituzioni che dovrebbero proteggerla.
La storia lo ha dimostrato con una chiarezza brutale. Ogni volta che il potere si è concentrato nella volontà di pochi, il risultato è stato lo stesso: autoritarismo, repressione, perdita della libertà. Non si tratta di un rischio teorico, ma di un fatto già accaduto, più volte, sotto forme diverse. Ad alcuni popoli sta accadendo nel presente.
La lentezza del dibattito parlamentare, spesso vista come un ostacolo, è in realtà il prezzo da pagare per preservare la democrazia. La rapidità decisionale può essere allettante, così come l’idea dell’uomo forte che promette soluzioni immediate. Tuttavia, questa rapidità ha sempre un prezzo: il rischio di perdere alcune libertà gradualmente.
La domanda è semplice: vogliamo una democrazia più veloce ma fragile, oppure una democrazia più complessa ma solida, nella quale nessuno possa diventare il padrone delle istituzioni? La lentezza del Parlamento non è una zavorra. È una garanzia. Perché la storia lo insegna senza eccezioni: quando il potere si concentra in poche mani, la democrazia prima si indebolisce e poi muore.
lunedì 26 gennaio 2026
IL DOVERE DEL RICORDO
Alla luce degli eventi che stanno sconvolgendo il mondo, in questo giorno della Memoria, desidero rendere omaggio alle vittime di quella tragica pagina della storia. Mi piacerebbe andare a trovare mio nonno e dirgli che l’ideologia di chi lo ha ucciso, per essersi opposto al regime, oggi occupa gli scranni del parlamento. Tuttavia, sarei in difficoltà, non saprei come comunicarglielo. Ma il problema più grande è che non so dove i fascisti abbiano nascosto il suo corpo.
“Nonno, oggi ti penso. Ricordo il tuo coraggio, la tua dignità e la tua forza nel difendere ciò che era giusto, anche in un mondo ingiusto e crudele. Non sei stato dimenticato. La tua storia vive in me e in chi, come me, vuole ricordare, onorare e imparare da chi ha lottato senza paura per lasciarci un mondo più giusto.
So che il dolore di non averti conosciuto è profondo, ed è solo nei miei pensieri. Non ho potuto conoscere un tuo abbraccio ma ti porto nel cuore. Il tuo esempio guida le mie parole, i miei gesti e il mio impegno per la memoria e la giustizia.
Oggi penso a te e a tutti coloro che, come te, si sono ribellati al sistema fascista e nazista, con rispetto, amore e gratitudine, sapendo che il tuo coraggio illumina ancora il cammino di chi vuole ricordare.”
domenica 18 gennaio 2026
UN PENSIERO PER CHI GUARDA LONTANO
basta avere progetti e denaro.
Quando non c'è denaro, ma soltanto
idee e sogni, essi nascono e nell'istante
successivo possono morire.
Ma i veri sognatori non si arrendono
facilmente alla morte dei loro sogni:
con pazienza mettono insieme
gocce di materia strappate all'universo
e frammenti di tempo presi dall'eternità
e fanno germogliare sogni e idee.
Il resto dell'umanità chiama questi
sognatori utopisti.
Ma è proprio dall'opera dei sognatori
di ieri che molti esseri umani, oggi,
traggono beneficio.
(F. C.)
mercoledì 24 settembre 2025
TEMPO DI BULLI, DI POTERE O DI FASCISTI?
Quando ho aperto questo blog, pensavo di parlare soprattutto di
spirito, di sogni, di diritti e doveri, ma non di politica esplicita.
Oggi
però, parafrasando Brecht, parlare soltanto di spirito e sogni "è quasi
un delitto". Per questo sento il dovere di pubblicare questo articolo
che riguarda strettamente la politica. Lo faccio in nome della coscienza civile.
Bulli al potere o fascisti gattopardiani?
È ancora necessario parlare di fascismo mentre si diffonde il bullismo di potere? Credo sia proprio necessario parlarne.
Chi si ispira a metodi autoritari vorrebbe che non se ne parlasse più, così da poter attuare nel silenzio l’astuta strategia della talpa, mentre i bulli desiderano che di loro si parli molto.
Per capire i tempi che viviamo nel nostro Paese bisogna tornare al referendum del ’46, quando si scelse tra monarchia e repubblica. In quel momento storico, circa dieci milioni di cittadini votarono per mantenere la monarchia. In alcune regioni emerse, con alta percentuale, la volontà di non abbatterla e, di conseguenza, di non cancellare del tutto il ventennio fascista.
Negli anni successivi alla nascita della Repubblica i costruttori di democrazia coltivarono la speranza che quanti si erano ispirati alle ideologie autoritarie si convertissero al rispetto della Costituzione. Quella speranza tuttavia rimase in gran parte disattesa. Molti di quelli che avevano riempito le piazze per applaudire il dittatore, monarchici e fascisti, abbandonarono simboli e denominazioni, ma non la sostanza. Alcuni adottarono la fiamma, altri lo scudo crociato, altri ancora emblemi di pura fantasia. Non mancò chi, per picconare la Repubblica, arrivò a ispirarsi ad Alberto da Giussano: dimenticando che il leggendario condottiero univa forze diverse contro un nemico comune, non divideva un popolo.
Con il passare dei decenni, delusi da quei simboli e dalle regole costituzionali inapplicate, altri diedero vita a un nuovo movimento che, questa volta, si ispirava alle stelle.
Più tardi, negli anni ’90, i meno nostalgici cercarono un uomo forte che facesse i loro interessi. Così si travestirono da tifosi, gridando “Forza Italia!” come fosse soltanto uno slogan calcistico. Altri, mutando ancora pelle, si inventarono la Fratellanza. Tutto ciò è proseguito fino a oggi, epoca in cui nostalgici, violenti e moderati, messe da parte le vecchie maschere, hanno indossato l’abito del potere istituzionale: siedono nei parlamenti, guidano governi, influenzano leggi e coscienze.
Ed è questo il punto più inquietante: i nostalgici del fascismo non si presentano più con la camicia nera o con il passo dell’oca per esaltare la forza, ma con un linguaggio che imita quello della democrazia, che piegano e svuotano dall’interno. Una dinamica non dissimile, purtroppo, avviene anche in altri Paesi.
L’errore che commettiamo è non chiamarli con il loro vero nome. Definirli semplicemente “bulli” è riduttivo. Ma se vogliamo usare questo epiteto, che appare meno minaccioso, dobbiamo ricordare una cosa: nell’epoca dell’eccesso di mezzi di comunicazione, i bulli al potere prosperano grazie alla notorietà. Più se ne parla, nei dibattiti radiofonici, televisivi o sui social, più cresce in loro il senso di onnipotenza. E se sono anche estremamente ricchi, tutto si amplifica.
Per evitare che un bullo diventi un personaggio mitico sarebbe meglio non rispondere alle provocazioni e limitare al minimo la discussione: l’ostracismo può spegnere quel tipo di arroganza.
Chi sono coloro che concedono consenso elettorale a questi rigurgiti del passato? Chi ama l’uomo forte e ignora la storia dei totalitarismi, oppure chi ha ereditato il pensiero di quei dieci milioni che nel ’46 votarono per la monarchia, oggi quasi tutti scomparsi. C’è poi un’altra ipotesi: chi non appartiene né agli uni né agli altri, forse pensa di aver trovato il condottiero capace di proteggerlo dalle cattiverie umane. Ma è come un agnello che si affida al lupo per sentirsi al sicuro.
Tempo di bulli, di potere o di fascisti? Piuttosto è tempo di usare le parole giuste per smascherare chi cerca di svuotare i principi democratici dall’interno delle istituzioni. Parlarne con il nome corretto non è memoria sterile, ma dovere civile. Tacere significherebbe legittimare chi non accetta le regole repubblicane e la loro metamorfosi gattopardiana: cambiare l’apparenza per restare ciò che sono sempre stati.
Non so se ciò che sta avvenendo oggi, di negativo, e in parte drammatico, sia legato a un ciclo storico del cammino dell’umanità. Possiamo chiamare le destre estreme al potere bulli, autoritari risvegliati o fascisti rinvigoriti. Resta il fatto che, quando non erano al potere, i conflitti erano meno numerosi e meno inquietanti, non solo quelli armati ma anche quelli verbali. Oggi, di pari passo con l’avanzata delle destre estreme, i dialoghi sono diventati scontri violenti e già vibrano i tamburi di guerra.
mercoledì 10 settembre 2025
LA SPINTA DECISIVA
Quando ho del tempo libero da dedicare a mio piacimento, a volte nasce in me il desiderio di osservare con particolare attenzione il comportamento degli esseri viventi: piante, animali, umani compresi. Alcune osservazioni, più di altre, mi lasciano dentro una scintilla di curiosità e meraviglia. Quando accade, talvolta ne lascio traccia scritta.
Questo racconto, ad esempio, nasce dall’osservazione di una famiglia di passeri durante la stagione della procreazione. Lo condivido spesso, quando posso e l’occasione lo consente, con quei genitori che si lamentano della pigrizia dei figli nel lasciare il nido. Figli che, invece di prendere l’iniziativa e affrontare il mondo da soli, preferiscono restare tra le sicurezze domestiche, accuditi e protetti.
IL PRIMO VOLO
Era maggio di qualche anno fa e mi trovavo nella mia casa in montagna. Una coppia di passeri aveva scelto un angolo riparato della casa per costruire il proprio nido, tra i rami di una rosa rampicante appoggiata al muro, a circa tre metri da terra: un luogo ben protetto dalla pioggia e dai predatori.
Li osservai a lungo, per alcuni giorni, con pazienza. Dopo aver intrecciato rametti e fili d’erba, completarono il nido con piume e peli d’animali, creando un piccolo rifugio soffice. La femmina depose quattro uova, uno al giorno. Trascorse circa una settimana, poi un’altra: nel giro di ventiquattr’ore si schiusero tutte. La vita, delicata e affamata, era iniziata.
Passò un’altra quindicina di giorni. Una mattina notai un movimento inconsueto: uno dei piccoli era salito sul bordo del nido. Apriva le ali, le agitava, sembrava fare le prove. Girò su se stesso, cercando l’equilibrio. Poi si lanciò. L’atterraggio fu un po’ maldestro, ma era volato. Sul selciato, a pochi metri di distanza, lo attendeva il padre, riconoscibile per una macchia nera sulla gola. Gli fu subito accanto, lo accompagnò su un terrapieno vicino e, da lì, il piccolo fece un secondo tentativo. Questa volta andò meglio.
Il secondo passerotto fece altrettanto, ma spiccò il volo con maggior decisione e si allontanò rapidamente. Lo persi di vista.
Il terzo atterrò goffamente, come il primo, ma a soccorrerlo scese la madre, che fino a quel momento aveva controllato la situazione saltellando tra i rami attorno al nido.
Infine toccò al quarto. Salì anche lui sul bordo, spiegò le ali… ma poi ci ripensò e si rintanò di nuovo. La madre, tornata a sorvegliare da vicino, si avvicinò e lo stuzzicò con il becco, cercando di convincerlo a seguir l’esempio dei fratelli. Il piccolo ci riprovò: ali aperte, sguardo incerto, poi ancora rifugio nel tepore del nido.
Allora la madre cambiò strategia. Con dolcezza lo spinse verso il bordo. Aspettò l’attimo in cui, con le ali distese, esitava sospeso. E proprio allora, con una decisa spinta sul sedere, lo fece volare giù dal nido.
Ecco perché racconto volentieri questa storia. La racconto ai genitori scoraggiati, a quelli che non sanno più come stimolare i propri figli a fare il grande salto verso l’autonomia. Perché a volte l’amore, per essere davvero tale, deve anche saper dare una spinta.


